Mentre il mancato quorum sul referendum lascia blindati i finanziamenti ai grandi giornali, i maxi-bandi per le nuove tecnologie finiscono per premiare soltanto chi ha già le spalle coperte. Per le emittenti comunitarie e di territorio arrivano nuovi obblighi e il taglio degli sponsor, ma la vera risposta sta nel legame viscerale con la comunità, nel webcasting e nella sinergia con i social network.
Il mancato raggiungimento delle 500.000 firme necessarie per il referendum sull’editoria — la campagna dell’associazione Schierarsi si è chiusa a fine luglio 2026 arrestandosi a 264.734 sottoscrizioni online — viene dipinto da molti come una parentesi politica archiviata. In realtà, nei fatti concreti dell’economia dei media, si traduce in una vittoria blindata per i soliti noti: i grandi gruppi della carta stampata e del web, che vedono confermata la certezza dei propri finanziamenti pubblici.
A completare il quadro è un cortocircuito normativo e finanziario sempre più evidente. Da un lato lo Stato mette sul piatto stanziamenti milionari per le nuove tecnologie che finiscono per essere ad uso e consumo esclusivo delle grandi aziende strutturate; dall’altro stringe la morsa burocratica e fiscale sull’emittenza radiotelevisiva locale, media e comunitaria, tagliandola fuori dal mercato pubblicitario e imbrigliandola in vincoli d’accesso sempre più penalizzanti.
La beffa del credito d’imposta: investitori privati in fuga verso la stampa
A fare la differenza sul mercato privato è una scelta politica ben precisa. Dal 2023, infatti, il Governo ha ristretto la fruizione del credito d’imposta per gli investimenti pubblicitari incrementali (un bonus fiscale pari al 75% della spesa aggiuntiva sostenuta dalle aziende). La norma è stata riservata per legge esclusivamente alla stampa quotidiana e periodica, anche online.
Radio e TV locali, commerciali e comunitarie, sono state completamente escluse. La conseguenza commerciale è immediata e devastante: aziende e sponsor locali vengono spinti ad abbandonare l’emittenza radiotelevisiva di territorio per concentrare i propri budget sui giornali e sui portali della carta stampata, gli unici che garantiscono agli inserzionisti il beneficio fiscale. I grandi gruppi editoriali finiscono così per cannibalizzare l’intero bacino della pubblicità privata.
IL CORTO CIRCUITO DEI FONDI E DEL MERCATO
Fondi milionari per l’innovazione: perché sono un’esclusiva per i colossi
Guardando alle risorse stanziate dallo Stato per la modernizzazione del settore, emerge una palese illusione di parità.
I dati riportati dal bollettino di settore TeleRadioFax curato da Aeranti-Corallo confermano che per il Fondo straordinario per gli interventi di sostegno all’editoria (destinato agli investimenti in tecnologie innovative effettuati nel 2025) sono stati messi a disposizione 10 milioni di euro per il comparto TV locale e 4 milioni di euro per le Radio (locali, nazionali e consorzi DAB). Il contributo copre fino al 70% delle spese sostenute per intelligenza artificiale, cloud, cybersecurity, 5G Broadcast, software editoriali e apparati trasmissivi.
Sulla carta una cifra imponente. Nella realtà, una misura ad appannaggio quasi esclusivo dei grandi gruppi aziendali. Per poter accedere a questi fondi, infatti, le imprese devono aver già sostenuto e documentato ingenti investimenti nell’anno precedente, disponendo di una liquidità finanziaria che le piccole emittenti di territorio e le strutture comunitarie semplicemente non possiedono. Senza contare che tali contributi non sono cumulabili con altri benefici statali o regionali. Il risultato è che le risorse milionarie finiscono per rafforzare chi è già forte, lasciando indietro chi opera sul territorio con budget limitati.
DdL Concorrenza 2026: la nuova stretta burocratica per le comunitarie
Oltre al danno economico, arrivano le nuove strette amministrative. Il Consiglio dei Ministri, nella seduta del 23 luglio 2026, ha approvato il Disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza 2026, avviandolo all’iter parlamentare.
Il testo ridefinirà i criteri di riparto del Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, introducendo paletti operativi molto duri. Per le emittenti televisive comunitarie, ad esempio, l’ammissione alle graduatorie sarà subordinata alla presenza di almeno un dipendente per ciascun marchio o palinsesto e per ciascuna area tecnica. Un obbligo occupazionale e finanziario insostenibile per realtà no-profit o di piccolo formato che finora hanno garantito il pluralismo informativo locale grazie al volontariato e a strutture snelle.
Parallelamente, il DdL estende l’accesso ai contributi alle TV locali titolari di numerazione LCN che utilizzino almeno 1 Mbps di capacità trasmissiva, allargando ulteriormente la platea e riducendo la quota spettante a ciascun operatore nell’ambito delle graduatorie ordinarie del DPR 146/17.
Il valore insostituibile del presidio territoriale e l’informazione di prossimità
In questo scenario di strangolamento economico e normativo, ciò che tiene viva l’emittenza radiotelevisiva locale è un patrimonio che i colossi nazionali non potranno mai comprare: il legame viscerale con il territorio.
Mentre le grandi catene mediatiche propongono palinsesti omologati e notizie a carattere globale, le Radio e le TV di quartiere e provinciali rappresentano l’unico presidio capillare di informazione di prossimità. Sono la voce dei consigli comunali, delle cronache cittadine, delle emergenze locali, del tessuto artigianale e delle tradizioni popolari. Penalizzare queste realtà significa spegnere i riflettori su interi bacini geografici che non trovano e non troveranno mai spazio nei telegiornali nazionali.
La rivoluzione digitale: la sinergia con i Social Network e la svolta del Webcasting
Per sopravvivere alle discriminazioni fiscali, l’emittenza di territorio ha saputo trasformare l’emergenza in innovazione, superando i confini fisici della tradizionale frequenza modulata (FM) o del segnale digitale terrestre.
Oggi le Radio locali vivono una straordinaria sinergia con i social network, in particolare Instagram e Facebook. Non si tratta più solo di trasmettere un segnale audio, ma di raccontare visivamente lo studio, mostrare i volti dei conduttori, lanciare dirette social, pubblicare podcasting e creare un’interazione in tempo reale con gli ascoltatori, che diventano parte attiva dei programmi tramite commenti, vocali e segnalazioni dirette.
A questo si affianca la potenza del webcasting e dello streaming audio/video. La radio moderna ha abbattuto ogni frontiera geografica: attraverso siti web ottimizzati, app dedicate e aggregatori internazionali, un’emittente radicata in una comunità locale può viaggiare istantaneamente ovunque nel mondo. I cittadini emigrati all’estero, gli studenti fuori sede e gli appassionati possono ascoltare la voce della propria terra in qualsiasi momento e da qualsiasi dispositivo (smartphone, smart speaker, autoradio connesse o direttamente dalla home page della emittente).
Questa evoluzione dimostra la straordinaria vitalità di un settore che, pur privo del credito d’imposta e ignorato dai maxi-bandi, continua a innovare con le proprie forze.
“Siamo di fronte a un sistema a due velocità: si stanziano milioni per le tecnologie avanzate ma con regole che li rendono accessibili solo alle grandi aziende, mentre si toglie alle Radio e TV locali sia il mercato pubblicitario sia la sostenibilità burocratica. Eppure è proprio sul territorio, tra streaming e social, che si fa il vero pluralismo.”
Mentre il dibattito pubblico resta paralizzato sugli slogan del referendum, la realtà economica dei media italiani mostra un divario sempre più profondo.
Senza la possibilità di far godere ai propri sponsor del credito d’imposta e senza la liquidità per accedere ai grandi bandi sull’innovazione, l’emittenza radiotelevisiva locale e comunitaria rischia di essere soffocata dalle nuove norme del DdL Concorrenza. Restituire equità fiscale sugli investimenti pubblicitari e calibrare i bandi tecnologici sulle reali dimensioni dell’emittenza di territorio è l’unica strada per evitare che la voce delle comunità locali venga spenta per sempre.
Ascolta il podcast di Miriana Catacchio in onda sulle emittenti del Circuito Airplay.
IN BREVE
- Cos’è: Inchiesta sul mancato quorum del referendum editoria e sulle sperequazioni economiche e burocratiche a danno di Radio e TV locali.
- Quando: Articolo del 1° agosto 2026; DdL Concorrenza approvato in CdM il 23 luglio 2026.
- Dove: Italia, con focus sulle emittenti di territorio, webcasting e presenza social.
- Organizzatore: Inchiesta curata da Miriana Catacchio per la testata Idea News.
- Come partecipare: Consultabile online su Idea News e disponibile in podcast audio da 5 minuti.
FAQ (DOMANDE FREQUENTI)
1. Perché il referendum sull’editoria non ha raggiunto l’obiettivo?
La raccolta promossa dall’associazione Schierarsi si è fermata a 264.734 firme digitali a fine luglio 2026, senza raggiungere la soglia delle 500.000 sottoscrizioni necessarie per la richiesta referendaria.
2. Qual è il problema legato al credito d’imposta per la pubblicità?
Dal 2023 l’agevolazione fiscale del 75% per gli investimenti pubblicitari incrementali è riservata per legge solo alla stampa (quotidiani e periodici, anche digitali). L’esclusione di Radio e TV locali spinge gli sponsor privati a investire unicamente sui giornali.
3. Perché i 14 milioni di fondi per l’innovazione tecnologica avvantaggiano solo i colossi?
Il Fondo Straordinario Editoria prevede 10 milioni per le TV e 4 milioni per le Radio a copertura del 70% delle spese sostenute nel 2025. Tuttavia, richiedendo la dimostrazione di ingenti spese già effettuate, la misura è accessibile solo da grandi strutture con elevata liquidità.
4. Come stanno reagendo le Radio e TV locali alle difficoltà economiche?
Le emittenti territoriali stanno puntando sul valore dell’informazione di prossimità, integrando la diretta FM/digitale con la presenza visiva sui social network (Instagram e Facebook) e sfruttando il webcasting e lo streaming globale per raggiungere gli ascoltatori ovunque.
da Radio Idea.it – 07/08/2026
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